Avezzano. Prima della rappresentazione c’è la memoria, e prima ancora il legame con un territorio che non ha mai smesso di riconoscersi nella figura di uno dei suoi figli più celebri. Per questo torna sulle scene “Io e Vito”, il monologo teatrale dedicato alla straordinaria parabola umana e sportiva di Vito Taccone, pronto a riportare in vita il mito del grande scalatore marsicano attraverso tre appuntamenti estivi: il 3 agosto nel borgo medievale di Alba Fucens, il 4 agosto a San Sebastiano di Bisegna e il 17 agosto ad Aielli.
Lo spettacolo, della durata di circa un’ora, alterna momenti di intensa riflessione a passaggi di forte impatto emotivo, ricostruendo non soltanto le imprese di uno dei protagonisti assoluti del ciclismo italiano degli anni Sessanta, ma anche il percorso di riscatto di un uomo cresciuto tra sacrifici e privazioni. Taccone, ribattezzato “Il Camoscio d’Abruzzo” per le sue eccezionali qualità in salita, diventa così il simbolo di una Marsica capace di rialzarsi e di trasformare la fatica quotidiana in orgoglio collettivo.
Dopo l’anteprima andata in scena lo scorso maggio al Castello Orsini-Colonna, il progetto approda nei luoghi simbolo del territorio grazie all’iniziativa dell’Associazione Piazza Cavour, con la produzione del Teatro Lanciavicchio e la collaborazione dell’Associazione culturale Teatri dei Marsi. La regia porta la firma di Giovanni Degni, nipote di Ernesto Venditti, figura centrale nella vicenda raccontata sul palco.
A dare corpo ai protagonisti è l’attore Alberto Santucci, che interpreta sia Taccone sia Venditti, mettendo in evidenza il rapporto quasi indissolubile tra il campione e il suo fidato meccanico, consigliere e amico. L’officina di corso della Libertà ad Avezzano, dove i due trascorrevano ore a preparare biciclette e strategie di gara, diventa il cuore scenografico di una narrazione costruita grazie ai racconti tramandati dalle rispettive famiglie.
La rappresentazione offre anche l’occasione per ripercorrere una delle carriere più affascinanti del ciclismo italiano. Dall’infanzia segnata dalle difficoltà economiche fino ai lavori di pastore e fornaio, Taccone scoprì quasi per caso il proprio talento in bicicletta, impressionando chi lo vide affrontare con apparente facilità le salite del monte Salviano. Da quel momento iniziò un percorso che lo avrebbe portato tra i protagonisti del Giro d’Italia, con l’edizione del 1963 entrata nella storia grazie a cinque successi di tappa, quattro dei quali consecutivi.
Le sue vittorie gli regalarono notorietà nazionale senza mai intaccarne l’identità popolare. Pur frequentando gli ambienti della televisione e dello sport che contavano, Taccone rimase sempre profondamente legato alle proprie origini e al dialetto della sua terra. Un’autenticità che colpì anche Pier Paolo Pasolini, il quale vide nel corridore marsicano l’emblema di un successo conquistato senza rinnegare il proprio passato.
Negli ultimi anni, l’eredità del campione è stata valorizzata attraverso il recupero della statua a lui dedicata in piazza Cavour ad Avezzano e con iniziative che ne hanno rilanciato il ricordo, come il passaggio del Giro d’Italia del 2024 davanti al monumento. Un tributo sentito da una comunità che continua a considerarlo uno dei propri simboli più rappresentativi.
Dopo aver appeso la bicicletta al chiodo, Taccone si dedicò anche all’attività imprenditoriale con la produzione dell’amaro che porta il suo nome, esperienza poi proseguita dai familiari. La sua scomparsa, avvenuta nel 2007, non ha però spento il legame con il ciclismo: una passione che continua a vivere anche attraverso il nipote Ivan, oggi professionista, a conferma di come il talento e l’amore per la strada possano attraversare le generazioni.
Con “Io e Vito”, la figura del grande scalatore abruzzese torna così a emozionare il pubblico, non solo come campione di sport, ma come testimonianza di una storia di sacrificio, appartenenza e rinascita che continua a parlare al cuore della Marsica.










