Il Covid resta materia di studio e di ricerca. La comunità scientifica, nell’arco dell’ultimo anno, ha fatto registrare notevoli passi in avanti. Restano, però, diversi nodi critici e solo il tempo darà le risposte attese. Su tutti, la natura degli effetti prolungati del virus nei pazienti negativizzati.
Nonostante l’accertamento dell’avvenuta guarigione, dopo un periodo variabile di positività, molti continuano a lamentare acciacchi e fastidi, spesso deficitari, a compromettere la bontà della qualità della vita.
Un quadro generale ci è stato offerto dal dottor Alessandro Grimaldi, primario del reparto di malattie infettive del San Salvatore dell’Aquila.
“Abbiamo adottato uno strumento di indagine, che è quello di un questionario che sottoponiamo a tutti i pazienti risultati positivi al Covid. – Ha spiegato il primario del San Salvatore – Riceviamo indicazioni precise sulla sintomatologia e cerchiamo di arrivare ad avere un quadro più dettagliato, ma ci vorrà un po’ di tempo, è ancora presto”.
L’iniziativa d’analisi è propria del presidio ospedaliero del capoluogo, ma sarà quanto prima necessario un confronto con altre strutture sanitarie. Difficile, per ora, individuare una regola nel comportamento dei postumi del Covid, se per età piuttosto che per genere. Ma quali sono gli effetti del virus registrati a lungo termine?
“Stando ai controlli sui pazienti guariti, rintracciamo i disturbi post-Civid nella cefalea, nell’astenia, in una confusione mentale improvvisa. Può capitare di avere difficoltà a memorizzare delle cose”. Ha proseguito il dottor Grimaldi.
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E proprio la cosiddetta “nebbia nel cervello”, che offuscherebbe i ricordi e provocherebbe cali di attenzione, potrebbe suggerire un’incidenza del virus sui neuroni cerebrali. Una delle tesi in fase di studio è che il contagio aumenterebbe il rischio di sviluppare il morbo di Parkinson o l’Alzheimer, in ragione dell’eccessivo stress nei pazienti che hanno una predisposizione per la malattia, manifestando anzitempo i primi sintomi.
Il “long Covid”, così è chiamato lo stato di persistenza dei sintomi, è stato oggetto di studio del Tours University Hospital. Secondo un’indagine pubblicata lo scorso 5 ottobre sulla rivista Clinical Microbiology and Infection, su un campione di 150 pazienti non critici, circa i due terzi hanno riportato sintomi fino a 60 giorni dopo essersi ammalati. E ancora, stando ai dati riportati da Nature, di 143 soggetti malati di Covid-19 e dimessi dal policlinico Gemelli di Roma, il 53% ha segnalato stanchezza e il 43% mancanza di respiro ia distanza di 60 giorni.
Le domande alle quali dare una risposta sono diverse, a cominciare dalla natura dell’evoluzione delle sindromi da Covid-19. Non è chiaro se possa verificarsi una cronicizzazione del quadro clinico e, nel caso, in che termini comprometterebbe la propria salute ed il proprio stile di vita.
Foto di “Il Messaggero”









